In base alla Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), i marittimi avrebbero diritto alla tutela della propria salute e del proprio benessere. Ma passare dalle parole ai fatti, dalla norma alla concreta esibilità del diritto non è sempre facile. Anzi, spesso è vero il contrario.
Nel 2024 il 26% dei marittimi non è riuscito ad ottenere un permesso per scendere a terra durante il proprio periodo di imbarco (basato su una durata media di 6,6 mesi) e il 19,8% del totale è riuscito a farlo soltanto una volta. Soltanto il 6,2% del totale ha messo il muso fuori dalla nave più di 12 volte.
E’ quanto emerge da un sondaggio condotto su campione di 5879 marittimi da parte dell’ITF Seafarerers Trust (ITFST) e della World Maritime University (WMU).
L’indagine dipinge un quadro tutt’altro che roseo per i lavoratori del mare, sottolineando come si sia notevolmente ridotta nel corso degli anni la loro capacità di usufruire dei congedi a terra.
La cause di questa situazione sono molteplici e vanno rintracciate principalmente nella carenza di personale a bordo (le navi operano spesso sotto organico, costringendo i marittimi a fare molti straordinari per coprire il carico di lavoro) e, secondariamente, nella mancanza di strutture a terra facilmente accessibili, cosa, quest’ultima, che disincentiva fortemente i seafarer dal chiedere i permessi.
Dall’indagine emerge inoltre come la quasi totalità (il 93,5%) dei marittimi che hanno avuto la possibilità di scendere dalla nave non sia riuscita a trascorrere a terra più di sei ore. Uno su due ha addirittura trascorso meno di tre ore lontano dalla nave.
I risultati negativi dell’indagine sono fortemente correlati con le tipologie di imbarcazione a bordo delle quali erano impiegati i marittimi che hanno risposto al sondaggio.
Non sorprende che le navi da crociera siano state quelle meno colpite dal fenomeno. Soltanto il 3,2% dei marittimi impiegati in queste imbarcazioni ha dichiarato di non essere riuscito a scendere a terra. Basse le percentuali anche per i traghetti (5,4%) e per le portacontainer (9,9%), mentre sulle navi rinfusiere e sulle car carrier la percentuale di marittimi impossibilitati a scendere a terra si è attestata attorno a una forbice compresa tra il 19,9 e il 18,8%.
Le condizioni di vita peggiori sono state registrate a bordo delle navi offshore e delle petroliere. Rispettivamente il 40,8% e il 37,3% degli equipaggi impiegati in queste due tipologie di imbarcazioni non è riuscito a scendere a terra durante il periodo di vigenza del contratto.
L’analisi delle qualifiche professionali marittime evidenzia invece come i più penalizzati siano gli ufficiali. Il 30,3% della totalità delle persone rientranti in questa categoria ha dichiarato di non essere riuscito a scendere a terra durante il periodo contrattuale, contro il 20% degli altri marittimi.
Le ragioni fornite dai seafarer per spiegare il disagio subito sono molteplici. Tra le più citate il breve tempo di permanenza di una nave in porto. Da questo punto di vista, fa specie notare come il 72,2%, il 62,4% e il 50% dei marittimi impiegati rispettivamente a bordo delle navi da crociera, delle car carrier e dei traghetti abbia trascorso a terra meno di tre ore durante il periodo di imbarco.
Il tempo speso a terra dai lavoratori del mare è chiaramente collegato al periodo di sosta in porto della nave analizzata. La maggior parte delle love boat (65,8%) e delle passenger ship (62,5%) rimane, ad esempio, meno di un giorno in porto prima di partire per altre destinazioni.
Al contrario, nell’85% dei casi, le portarinfuse sostano in uno scalo portuale per più di due giorni. Non è un caso quindi che il 90% dei marittimi impiegati a bordo di queste unità abbia affermato di aver speso a terra da uno a sei ore.
Nella classifica dei principali ostacoli alla fruizione dei permessi a terra rientrano anche l’impossibilità di riuscire a conciliare le ore di lavoro con quelle di riposo; le restrizioni burocratiche da parte del porto ospitante; l’insufficienza di strutture ad hoc per i marittimi; gli elevati costi di trasporto per raggiungerle.
Lo studio sottolinea come l’impossibilità di riuscire, sia pure temporaneamente, a fuggire dalla nave, abbia ricadute negative sulla salute mentale dei marittimi. “La discesa a terra permette ai seafarer di riacquisire la propria individualità” scrivono i relatori dell’indagine.
“I permessi a terra inesistenti o limitati non possono essere valutati soltanto in modo isolato, ma in combinazione con una vita lavorativa estenuante” aggiungono, citando un altro studio della World Maritime University, dal quale è emerso come il 53,3% di un ampio campione di marittimi (6304 persone) abbia dichiarato di lavorare in media più di 74,9 ore a settimana. Soltanto il 7,4% ha dichiarato di lavorare meno di 48 ore a settimana.
“Lavorare più di 60 ore settimanali, riposare in modo insufficiente e privarsi di tempo libero e vita sociale, è una combinazione tossica. Il congedo a terra allevierebbe questi problemi” è la riflessione conclusiva dello studio.